Federica e Giulio:
una vita in cammino

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Il piccolo Eugenio, un anno, ce la sta mettendo tutta per attraversare il soggiorno: vacilla un pochino, cammina, poi gattona, poi torna in piedi. Ma alla fine arriva a destinazione: Federica è lì seduta sul divano, con il pancione dell’ottavo mese e le braccia aperte ad aspettarlo. ”Non mi risparmio nulla: non mi voglio perdere nemmeno una gattonata”.

Imparare a camminare non è facile, ma non quanto rimettersi in piedi. E dopo una diagnosi di sclerosi multipla è facile trovarsi a terra, anche se stai tutto sommato bene e la tua vita continua senza troppi intoppi. Perché il cammino di Federica e di suo marito Giulio è un po’ come quello di un bambino nuovo alla vita. Da sette anni anche loro gattonano, inciampano, si rialzano. Anche loro con un obiettivo da raggiungere e abbracciare, quello più grande: la Fede.

E così oggi questa bella ragazza, che conosce la sua patologia ormai da tre anni, è il ritratto della felicità. «Ormai ho imparato ad ascoltare il mio corpo, e capisco quando è ora di fermarmi»

Quando parla del primo incontro con Giulio, a una festa, ricorda di aver avuto l’impressione di conoscerlo da sempre. Si sono trovati, capiti, e insieme hanno dato una svolta alla loro vita. Di lì a poco si sono fidanzati e un anno dopo è iniziato il percorso di fede.
Ma anche il giorno della diagnosi Federica lo ricorda bene: era febbraio del 2012 e quello sguardo della sorella medico, di fronte all’esito della risonanza magnetica, non lo dimenticherà mai.

Ma la certezza è che le cose non potranno che andar bene: «A una ragazza nella mia situazione direi di non temere: diventare madre è una gioia, distoglie dall’eccessiva attenzione sul corpo e sui sintomi». Il piccolo Eugenio allunga le mani su un oggetto pesante, lo guarda. Il bimbo ancora non sa leggere, ma quando sarà più grande capirà perché su quella bomboniera di ceramica, in azzurro su bianco, c’è scritta la frase “L’amore guarisce”.

La nascita

Se c’è una cosa, tra le tantissime, che un bimbo ti regala è l’altruismo: dare alla luce una vita significa imparare a non concentrarsi su se stessi.

E così Eleonora è arrivata, tre chili e due di tenerezza, alle 11 di una mattina iniziata presto con le prime avvisaglie di un imminente parto. Spesso avere tanti impegni ti distoglie dall’ansia: «Il giorno prima avevo avuto una giornata intensissima: la sveglia presto, le pulizie di casa, la spesa, una passeggiata con Eugenio, il bucato, e la sera a Messa». Così la sclerosi multipla era l’ultimo dei problemi: la priorità era dare il benvenuto a questa piccola che non vedeva l’ora di nascere.
«Quando è stata ricoverata, Federica era praticamente già pronta al parto», ricorda Giulio. «Ho potuto avvisare la neurologa solo dopo la nascita di Eleonora», dice Federica. Certo, il bello inizia ora: essere in quattro non è più come essere in tre. «E comunque tutto si può superare, se si fa squadra», ricorda Giulio.

In tutto questo Federica non ha dimenticato i suoi controlli medici, che del resto hanno evidenziato una stabilità: «È vero, la dottoressa mi raccomanda di non esagerare: ma come si fa a stare fermi?». È vero, è difficile quando a tenerti attivo non è il dovere di genitore, ma prima di tutto la gioia che brilla negli occhi di due bimbi che ti guardano, ti cercano e ti ricordano cosa veramente conta. Ma in fondo va bene così: la vita è imparare giorno dopo giorno quanto ciò che ci capita, nel bene o nel male, è un dono da accettare. Sempre e comunque.

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IT/NONNI/0119/0005–25/01/2019