Debora e Loreto:
siamo realisti, esigiamo l’impossibile

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«Forse la vita non è stata tutta persa / forse qualcosa s’è salvato / forse davvero non è stato poi tutto sbagliato».

 

Loreto, su una sedia in mezzo al soggiorno, ha imbracciato la chitarra e dopo aver messo in chiaro di non essere bravo a cantare intona Sally di Vasco.

«Non suono più come una volta, adesso mi stanco subito», dice.
Eppure non si direbbe.

Non fermarsi davanti a nulla.

Intanto perfino Jonathan, quella piccola peste che fino a pochi minuti fa correva a destra e a sinistra travestito da guerriero con spada e scudo, si è fermato ad ascoltare papà. Debora è in un angolo con sua mamma, vicino alla tv che manda immagini di cartoni animati senza audio. L’atmosfera è tranquilla, serena, quella di un giorno qualunque nella vita di questa famiglia.

Conclusa la canzone, Loreto appoggia la chitarra a terra e si siede sul divano. Sul muro dietro le sue spalle ci sono un’immagine di Che Guevara, due foto del rocker di Zocca e, a fianco, una libreria zeppa dei suoi album. Anche se adesso fa un po’ fatica a camminare, con i suoi due idoli Loreto condivide la forza e la tenacia. Vedi il suo sguardo docile ma risoluto, ascolti le sue parole cariche di ironia pungente e di grande realismo, e capisci chi è: questo trentottenne cresciuto nella provincia romana è un leone. «Debora non mi tratta come un malato, mi fa correre come qualsiasi marito», dice. E fa bene, perché Loreto non si ferma davanti a nulla. Come quando è andato al concerto di Vasco all’Olimpico, a Roma: non è stato semplice entrare in tribuna, ma alla fine quel concerto se lo è goduto tutto. Fino all’ultima nota.

La malattia non impedisce di diventare padri

La coppia è solida come una roccia: si conobbero quando lei aveva tredici anni e lui diciotto, esattamente vent’anni fa. Convivono da otto anni e un anno fa hanno deciso di sposarsi. «Abbiamo fatto le cose al contrario», dice Debora.

«Ci è capitato questo, ma non è una buona ragione per privarsi di un bambino»

Lavoro, malattia, futuro

Cinque anni fa è arrivato Jonathan, e ora lei è quasi al quinto mese di gravidanza. Quando Loreto parla della sclerosi multipla è serio ma dissacrante, senza cadere mai nella rassegnazione. Una diagnosi arrivata tardi, non senza problemi, ha portato a qualche conseguenza che forse si sarebbe potuta evitare. In casa è autonomo, ma fuori ha bisogno di stampelle e di un veicolo elettrico. «Ci è capitato questo, ma non è una buona ragione per privarsi di un bambino», dicono. In fondo il parere dei medici circa la paternità di Loreto è sempre stato positivo.

Ovvio, la situazione non è facile: «Con Jonathan ho potuto essere presente alle ecografie e al parto, con il secondo sarà difficile perché farò fatica ad andare a Roma, dove Debora partorirà. Ma qualcosa ci inventeremo, per stare vicino al nuovo bambino». Perché è certo che i due non si arrendono, nonostante tutto: per ora la famiglia può contare solo sulla pensione di invalidità di Loreto mentre Debora è impegnata al cento per cento a casa, da quando la pasticceria dove lavorava ha chiuso. «Una volta guidavo il camion, facevo chilometri e chilometri. Un po’ mi pesa non lavorare più, però ora sto prendendo la patente speciale», aggiunge Loreto. E con quella sarà molto più autonomo.

«Non ho mai pensato di non aver figli
perché mio marito ha un problema di salute».

Debora

Un guerriero trova sempre un'alternativa

La gravidanza sta procedendo tranquillamente, Debora è una ragazza forte e non sembra particolarmente intimorita: «Non ho mai pensato di non aver figli perché mio marito ha un problema di salute». E poi accanto a sé ha un guerriero come Loreto, che ha trovato tanti modi per esprimersi: “Scusa se n’te posso corre appresso”, scrive in una delle poesie dialettali che da qualche anno ha iniziato a pubblicare. Questa l’ha dedicata a Jonathan, che davvero sembra felice del suo papà.
Del resto quando non può fare qualcosa, un guerriero trova sempre un’alternativa: così eccolo ora, al tavolo della cucina, a fare braccio di ferro con il bimbo.

Si respira un’aria serena: un bimbo sta per arrivare e un giorno anche lui giocherà in questo parco.

Un figlio può essere una cura

Intanto da dietro le loro spalle il volto del Che è lì a ricordargli il suo motto: «Siamo realisti, esigiamo l’impossibile». Quella frase Loreto l’ha fatta sua. E comunque può contare su persone forti come i suoi genitori: «Da quando c’è la malattia ho capito quali sono gli amici veri», dice. E tra questi ci sono Daniele e Antonietta. Oggi ci sono anche loro al parco, mentre Debora e sua mamma stanno giocando con Jonathan. Ora il bimbo è sull’altalena, e Debora è serena: sta osservando Loreto e Daniele che, a cavalcioni di un dondolo, si spingono a vicenda. A confronto di quel piccolo parco e di quei giochi, i due uomini sembrano giganti. Eccoli che ridono a crepapelle, e per un attimo si dimenticano di tutti. Le stampelle appoggiate lì a fianco cadono a terra, ma nessuno sembra accorgersene: quello che si vede è soltanto una famiglia felice, in un paesino silenzioso lontano da tutto. Si respira un’aria serena: un bimbo sta per arrivare e un giorno anche lui giocherà in questo parco, correrà tra queste case di pietra, respirerà questa aria. «Alla fine forse era giusto così, forse, ma forse, ma sì».

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